Yamaha RD350 LC

La prima versione della Yamaha RD350 viene presentata nel 1972, e dichiara immediatamente l’obiettivo di marketing della casa. Così come per la Kawasaki negli stessi anni, la scelta è quella di posizionarsi sul mercato nel segmento delle supersportive di piccola cilindrata (laddove ad esempio la Honda sceglieva la strada della moto di dimensioni generose con motori di grossa cubatura plurifrazionati).

Per raggiungere prestazioni sportive e poter competere sul piano della cavalleria la scelta tecnologica dell’epoca era inevitabilmente legata alla scelta del propulsore due tempi. La RD del 1972 dichiara 39 cavalli a 7.500 giri, che su un bicilindrico raffreddato ad aria rappresenta un risultato di tutto rispetto.

 

Peccato per la ciclistica, decisamente deludente per quanto riguarda il telaio ed il comparto sospensioni, in una configurazione assolutamente non adeguata alle prestazioni del propulsore. Si tratta di una situazione molto comune fra le moto giapponesi degli anni ’70.


Per comprendere le scelte strategiche della Yamaha è necessario considerare che alla fine degli anni ’70 la Yamaha raccoglie le sue maggiori soddisfazioni nell’ambito sportivo, grazie soprattutto ai successi di Kenny Roberts nella classe 500, ma anche ai risultati delle TZ 250 e 350 utilizzate largamente dai privati.

 

Viene così normale per la casa del triplice diapason aggiornare la sua “media” più agguerrita sul mercato con le soluzioni ricavate dalle corse: nel 1979 viene presentata la RD350 LC (Liquid Cooled), che avrà mutuato dalle versioni da gara una serie impressionante di aggiornamenti. Questi vanno dal raffreddamento a liquido, alla sospensione posteriore monoammortizzatore (seppur di tipo Cantilever, con ammortizzatore orizzontale posto alle spalle dei carburatori), al doppio disco anteriore, accensione elettronica, nuovo disegno dei cerchi in lega, nuove colorazioni… insomma una moto irriconoscibile se confrontata con il modello da cui deriva.


Ma quello che metterà a serio rischio le coronarie degli appassionati saranno i numeri dichiarati alla presentazione: 47 cavalli a 8.500 giri, su un peso di 157 kg a vuoto. La velocità massima supera i 170 km/h. Questi numeri donano alla piccola Yamaha prestazioni confrontabili con quelle di moto 4 tempi di cilindrata ben maggiore, oltretutto la moto è confortata da un comportamento dinamico molto brillante. L’accelerazione in particolare è da moto di categoria e cubatura superiore, oltretutto accompagnata da violente impennate, complice la brusca entrata in coppia intorno ai 5.000 giri.

 

La Yamaha non si culla sugli allori del travolgente successo commerciale, e già nel 1982 presenta il modello evoluzione del proprio gioiello, e non segue per questo la facile strada del sapiente ritocco: ecco introdotti un nuovo telaio, freno a disco anche al posteriore e soprattutto l’introduzione della valvola parzializzatrice elettronica allo scarico (YPVS), soluzione ancora una volta mutuata dalle competizioni. Si ottiene così un miglioramento dell’erogazione del motore (si interviene altresì sui getti del massimo dei carburatori), un miglioramento del comportamento ciclistico (grazie al nuovo telaio, alle forcelle che “crescono” al diametro di 35mm e sono dotate di regolazione ad aria, alla nuova sospensione posteriore che diventa Monocross, con ammortizzatore verticale) e della frenata. In virtù dell’introduzione dell’elettronica, per la delizia di tutti gli smanettoni, il motore raggiunge l’incredibile potenza di 59 cavalli a 9.000 giri, con una velocità massima dichiarata di oltre 190 km/h!

La moto e la sua filosofia costruttiva non supereranno le normative antinquinamento degli anni 90, e la produzione della RD350 terminerà nel 1995, lasciando negli appassionati sportivi il ricordo indelebile di una moto da sogno con una personalità unica.